A poche ore dal fallimento dei colloqui di pace del fine settimana a Islamabad, lunedì gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale su tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani nel Golfo e nel Golfo dell’Oman.

Il presidente Donald Trump ha presentato la mossa come un’applicazione “rapida e brutale” delle richieste statunitensi, avvertendo sui social media che qualsiasi motoscafo d’attacco iraniano che si avvicini alla linea del blocco verrebbe “immediatamente ELIMINATO” utilizzando le stesse tattiche letali impiegate contro le imbarcazioni dei trafficanti di droga nei Caraibi e nel Pacifico. Il blocco prende di mira non solo le navi battenti bandiera iraniana, ma anche qualsiasi imbarcazione di Paesi terzi che abbia pagato pedaggi a Teheran dopo che l’Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz a fine febbraio.

La tempistica non è casuale. La campagna aerea congiunta USA-Israele, durata sei settimane e iniziata il 28 febbraio, aveva già devastato la marina e le infrastrutture nucleari iraniane, eppure Teheran si è rifiutata di riaprire lo stretto a meno che gli Stati Uniti non accettassero le sue richieste: riconoscimento formale del controllo iraniano sulla via d’acqua, revoca delle sanzioni e ritiro delle forze americane dalle basi regionali.

Il cessate il fuoco di due settimane negoziato la scorsa settimana stava già incrinandosi quando i colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran – i contatti di più alto livello dalla Rivoluzione islamica del 1979 – si sono conclusi con un fallimento. I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno definito il blocco “pirateria”, mentre un portavoce del ministero della Difesa ha avvertito che qualsiasi controllo straniero dello stretto innescherebbe “escalation e instabilità nella sicurezza energetica globale”.

I mercati petroliferi hanno reagito immediatamente. Il Brent è risalito sopra i 100 dollari al barile lunedì, con un aumento di circa il 6%, mentre la più grande interruzione dei flussi energetici globali della storia moderna entrava nel suo secondo mese. Circa un quinto del petrolio mondiale transita normalmente attraverso il collo di bottiglia di Hormuz; due petroliere legate all’Iran sono riuscite a uscire poco prima della scadenza, ma il flusso è stato altrimenti fortemente limitato da quando Teheran ha iniziato a imporre tariffe e a bloccare le navi straniere.

Eppure la scommessa strategica va ben oltre Teheran. Il vero rischio a lungo termine dell’escalation statunitense risiede a Pechino. Prima della guerra, la Cina assorbiva quasi tutto il greggio esportato dall’Iran – circa 1,2-1,4 milioni di barili al giorno, pari a circa l’11-13% delle importazioni petrolifere marittime totali cinesi e a oltre l’80% delle vendite estere iraniane.

Strangolando questa linea vitale in mare, l’amministrazione Trump sta di fatto dichiarando una guerra economica al principale cliente dell’Iran. Pechino ha già risposto con irritazione misurata ma inequivocabile. Il 13 aprile, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha invitato alla “calma e moderazione” e ha avvertito che un blocco di Hormuz minacciava “gli interessi della comunità internazionale” e il commercio globale. La Cina ha ripetutamente chiesto il libero passaggio nello stretto e ha condotto colloqui riservati con l’Iran per salvaguardare i flussi energetici.

L’esposizione economica è reale. Sebbene la Cina disponga di una riserva strategica di petrolio e abbia accumulato una scorta galleggiante di circa 160 milioni di barili di greggio iraniano fuori dal Golfo – sufficiente a coprire diverse settimane delle sue importazioni iraniane – un’interruzione prolungata comporterà comunque prezzi più elevati, margini di raffinazione più stretti e possibili rallentamenti industriali. I media statali cinesi e alcuni analisti hanno iniziato a ipotizzare il rilancio dei meccanismi di pagamento in “petroyuan”, con i volumi di greggio denominati in yuan già in aumento da quando l’Iran ha iniziato ad accettare la valuta per garantire un passaggio sicuro.

Per Trump, il blocco segue la classica logica della “massima pressione”: privare l’Iran delle entrate, costringerlo a tornare al tavolo negoziale alle condizioni statunitensi (niente armi nucleari, nessun controllo dello stretto) e accettare l’aumento dei prezzi globali del petrolio come un costo politico a breve termine. Funzionari dell’amministrazione sperano in privato che i principali acquirenti di petrolio iraniano – soprattutto la Cina – esercitino pressioni silenziose su Teheran affinché faccia concessioni, piuttosto che rischiare un confronto più ampio.

Tuttavia, questo calcolo sottovaluta il margine di manovra di Pechino. La Cina può diversificare verso il greggio statunitense o venezuelano, accelerare accordi in Africa e America Latina, o persino fornire scorte navali limitate per le proprie petroliere. Ancora più preoccupante, un’applicazione prolungata delle misure statunitensi potrebbe avvicinare ulteriormente Pechino a Teheran, accelerando la cooperazione tecnico-militare e irrigidendo la resistenza cinese alle sanzioni americane contro paesi terzi.

Il blocco mette inoltre in luce le fratture all’interno dell’alleanza occidentale. I partner NATO, Gran Bretagna e Francia, hanno esplicitamente rifiutato di partecipare, sottolineando invece l’urgenza di riaprire la via d’acqua. Sul piano interno, l’aumento dei prezzi della benzina negli Stati Uniti sta già generando contraccolpi politici per un presidente che un tempo faceva campagna sullo slogan “drill, baby, drill” e sull’indipendenza energetica.

Dal canto suo, l’Iran mantiene opzioni asimmetriche: attacchi tramite proxy ai porti dei vicini del Golfo, posa di mine o operazioni cibernetiche che potrebbero far ulteriormente aumentare i premi assicurativi e i costi di trasporto delle petroliere.

In definitiva, il blocco di Hormuz voluto da Trump è meno un colpo chirurgico contro l’Iran che una scommessa ad alto rischio sulla leva tra grandi potenze. Colpendo l’arteria economica che collega Teheran al suo principale sostenitore, Washington ha deliberatamente posto Pechino nel mirino. Se la Cina sceglierà di fare pressione sull’Iran, di confrontarsi con gli Stati Uniti o semplicemente di sopportare prezzi più elevati determinerà probabilmente se il blocco riuscirà a forzare un accordo o se invece innescherà proprio quel conflitto più ampio che intendeva evitare. Per ora, le petroliere restano ferme, i prezzi salgono e le due maggiori economie mondiali tornano a fissarsi attraverso uno stretto sempre più angusto.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

The using Party credits the source Party prominently (EUAlive)

, , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *